GAETANO CAPPELLI: SCRITTORE, ECLETTICO, DANDY!

GAETANO CAPPELLI: SCRITTORE, ECLETTICO, DANDY!

Il Conte Dandy incontra Gaetano Cappelli, scrittore di successo e vincitore di diversi premi letterari, che da sempre dedica una certa attenzione allo stile e ai costumi. Copiosa e di qualità la sua produzione letteraria. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Floppy disk (Marsilio, 1988), Volare basso (Marsilio, 2009), Il primo (Marsilio, 2005), Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo (Marsilio, 2007), tradotto in Francia e, grazie al quale, è divenuto Chevalier de la Confrérie du Tastevin di Borgogna, onore riservato a pochi eletti beoni, tra cui Norman Rockwell e Winston Churchill. E poi, Parenti lontani (Marsilio, 2009), Premio Internazionale John Fante, e La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo (Marsilio, 2012), Premio Hemingway. Ancora Scambi, equivoci eppiù torbidi inganni, (Marsilio, 2015) e Una medium, due bovary e il mistero di Bocca di Lupo (Marsilio, 2016). Infine, Quanto sei cool. Piccola guida ai capricci del gusto (Sonzogno, 2017).

Gaetano Cappelli, a differenza di molti suoi colleghi scrittori – che siamo abituati a vedere in maglioncino sfibrato o indossare una giacca di una taglia più grande del necessario – Lei sembra dedicare sempre particolare attenzione alla sua immagine. Come definirebbe il Suo stile?

“Non è questione di “immagine”. Io sarei così anche su un’isola deserta. Pur provando estrema noia per affettazione e snobismo trovo altrettanto ammorbante la sciatteria e il poverismo. Così nel vedere quei quattro cinque scrittori straricchi, che il mercato editoriale italiano pur produce, atteggiarsi a bohemien, be’, davvero li domicilierei sotto un ponte. Il mio stile? Ecletismo morbido.”

Qual è – o quali sono – gli accessori che non mancano mai nel suo outfit?

“Accessori? Be’, quasi sempre una pochette di risulta: ovvero chessò, dei campioni dei broccati di Rubelli, o vecchie morbidissime sete indiane, o molli pezzuole per occhiali scure. Cravatta: sempre senza pochette (o solo di sera, stiratissima, bianca che sporga appena dal taschino). Cravatte sfoderate, ovviamente. Vecchie Gucci o Hermes: presa una di un viola magnifico, recentemente. O Turnbull&Asser, o Rubinacci. O, ancora, del mio omonimo Cappelli. Cinture sempre dello stesso colore delle scarpe. Stringate classiche o, soprattutto, monkey strap. Ne ho nella mia piccola collezione di Shangai, un paio laccate di un clamoroso verde scarabeo: rarissime. Molto comode e con ottimi pellami, le monckey di Duncals. Amo le slipper, ma assolutamente senza griffe; come tutto il resto. Detesto le sneakers, e ho un odio profondo per quelle bianche sotto gli abiti scuri. Non esco quasi mai senza giacca. Ne ho di tutti i tipi e quasi mai me ne disfo. Tutte, neanche a dirlo, senza spalline imbottite. Ne ho una bellissima, in velluto liscio, il tessuto che più amo, che trovai in un outlet di quelli dove ci si imbatte in pezzi da collezione. È di Umit Benan, uno stilista addirittura turco (ma in Turchia, nonostante Erdogan, sono avanti in molte cose, tipo quelle che una volta venivano definite perversioni sessuali), con amplissimi revers a lancia, alla Sherwood&Anderson. Solo, aveva delle imbottiture immense. Le feci dunque eliminare dal mio sarto e ora è una delle mie preferite: ogni anno un po’ più consumata e preziosa. Insomma, sempre trovo importante la cura del particolare. Per esempio, i miei pantaloni sono sì aderenti ma comodi, e corti sulla caviglia. Non c’è niente che mi dia più gioia della caviglia sfiorata da un orlo ben misurato. Per non parlare dei polsini. Bisogna dire, invece, che si vedono molte star americane, e non parliamo delle nostrane, con  maniche fin sui palmi della mani, e pantaloni a sbuffo che neanche ai tempi di Lascia o Raddoppia. Gemelli: raramente e comunque grossi, tendenti al barocco e d’antan. Calze e mai calzini: sembrerebbe una precisazione inutile ma c’è una foto, neanche tanto vecchia, del divino Arbasino con un meravilliouso blazer dai bellissimi bottoni araldici – sono una delle mie passioni, ma è difficile trovarne di belli come quelli sul mio faboulozo leggerissimo caban di Cucinelli – ma con pedalini bianchi, sulle  altrettanto bianche cavilgliuzze.”

Cosa usa per scrivere appunti o bozze per nuove opere: penna stilografica, penna sfera o roller?

“Usavo dei vecchi quadernetti cinesi – pur esecrando da sempre il comunismo ahaha; come ogni altro fanatismo, certo. Adesso le più banali, ma assai comode, Moleskine a righe. Roller, o matite che prelevo dai grand hotel dove capito. Sono quasi sempre particolari.”

Bando alle frivolezze. Tra le Sue varie opere, una, di recente pubblicazione, dedica una certa attenzione allo stile dei nostri tempi. Com’è nata l’idea di scrivere “Quanto sei cool. Piccola guida ai caprici del gusto”, saggio che tratta, con termini originali e aneddoti accattivanti, del costume e dei gusti dei nostri giorni?

“L’idea, ma assolutamente frivola, mi è venuta dalla constatazione di quanto fosse diffusa la parola “cool”. Io stesso ne ho sempre fatto uso nei pezzi e i piccoli racconti di costume che negli anni sono andato scrivendo per il Corriere della Sera, Il Messaggero, Panorama, Class. A quel punto non mi è rimasto che farne una selezione e pubblicarli con una premessa in cui, oltre a spiegare il significato della parola e la filosofia che c’è dietro –  ovvero in estrema sintesi: lo star bene, calmi e rilassati, ovvero cool, con e per se stessi -, ho messo in luce come le cose che oggi consideriamo cool sono proprio quelle per le quali un tempo inorridivamo, tipo: gli occhiali da cecato, oggi detti “strutturati”, fare foto ricordo o parlare di cibo, tutta roba considerata un tempo  da provinciali.”

Per scrivere questo volume ha dovuto studiare la società contemporanea da diverse prospettive. Qual è l’aspetto che l’ha colpita di più, in accezione positiva?

“Più che studiarla, la società contemporanea, io la vivo. Sono un curioso della vita; in tutti i suoi aspetti. Amo, come Andy Warhol le “cose” e come Madonna vivo nel material world. E questo, mi pare, sia servito a tenermi sempre lontano dagli abbagli degli intellettuali. Così, per dire, non ho mai creduto all’omologazione di cui parlava Pasolini – uno che strillava contro la televisione ed era sempre in tivvù; odiava il consumismo e faceva servizi fotografici tutto griffato in Gucci. Ho presto capito che il genere umano si divide in tribù, e prima ancora di leggere Pierre Bourdieu, che l’ha teorizzato.”

E qual è l’aspetto peggiore, secondo l’opinione che si è fatto analizzandone i costumi, della società di oggi?

“Senz’altro, e sembrerebbe una contraddizione con quanto ho appena detto, il “tribalismo”: cioè il voler considerare come unico il punto di vista della propria tribù. Che è un atteggiamento che porta all’intolleranza e all’immobilismo. Basta vedere cosa è accaduto all’Italia degli ultimi anni. Insomma detesto il fondamentalismo in tutte le sue espressioni. ”

Nel nostro blog www.ilcontedandy.it ci occupiamo di stile e abbigliamento ma anche di buone maniere e cultura. Oggi, in certi (forse troppi) ambienti, sembra che il galateo, o comunque la buona educazione, siano appannaggio di un’epoca ormai passata. È così anche secondo Lei? Ed, eventualmente, in che misura le buone maniere potranno tornare ad essere valori da seguire e regole da rispettare?

“Certo, le buone maniere vanno coltivate. Ma più importante è il savoir vivre, ovvero la capacità di sapersi muovere in società, scegliendo di volta in volta l’atteggiamento più adatto alle circostanze. E comunque, se c’è una cosa che detesto è l’ossessione del politically correct, che è la versione contemporanea, e più stupida, della censura. Pensi che a un convegno di scrittori americani nessuno ha voluto parlare della “bugia”, in quanto considerata poco etica ahahah. Ma se lo scrittore è prima di tutto un “contaballe”, gli ho fatto notare io, citando Saul Bellow e Mordecai Richler. Quei bietoloni sono però rimasti della loro idea ahahah.”

Quali sono i Suoi prossimi progetti? Qualche altra opera in cantiere?

“Il 6 settembre è in uscita, dopo ben trentanni – come passa il tempo! – la ristampa del mio romanzo d’esordio, e che si sia deciso di rifarlo mi diverte e lusinga. Floppy disk, a metà tra spy-story e Bildungsroman, è, nello stile e nel racconto, un repertorio completo dei meravilliousi anni ’80. Fotografa cioè il momento in cui uscendo dai plumbei ’70, si riprese ad apprezzare il bel vivere, ad acconciarsi e uscire la sera per locali, e tutto fu di nuovo pieno di musica e joie de vivre. Certo nel romanzo ci sono anche i cattivi: brigatisti e spie bulgare. Ma fanno ‘na brutta fine ahahah.”

Può dare tre consigli a chiunque voglia intraprendere la strada dello scrittore “cool”?

“Voler essere cool è il perfetto contrario dell’essere cool.  Essere cool significa infatti essere al di fuori di qualsiasi regola e non può esserci dunque alcun decalogo. Uno che basta a se stesso, che fa quello che gli passa per la testa senza preoccuparsi del giudizio degli altri: questo è essere cool. Insomma fottersene del mondo anche se educatamente.”

2 comments found

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.